Stasera mi tocca l’ennesimo concerto di Paolo Fresu. Ormai lo inseguo ovunque: l’ho stanato a “Time in Jazz” a Berchidda con i suoni del Mediterraneo, l’ho ascoltato a Torino tra i canti medievali del Laudario di Cortona e le malinconie del Tango Macondo, e sono arrivato fino a Ivrea per ascoltarlo con i suoi Devil Quartet. Stavolta il pretesto è Miles Davis, con il progetto “Kind of Miles”.
Ora, non starò qui a tediarvi con l’analisi del talento di Miles — che ha aperto strade così impervie che a percorrerle oggi ci vorrebbe il navigatore — anche perché, ammettiamolo, non sono così colto da reggere il peso di un argomento simile senza rischiare il tracollo. Però, da bravo scolaro, ho fatto i compiti: ho letto libri, guardato film e ripassato la biografia.
E qui casca l’asino (o meglio, il genio). Pare che esista un filo rosso che lega questi mostri sacri dell’arte: una sregolatezza che definire “discutibile” è un generoso eufemismo. Caratterini facili come un gatto in una lavatrice, arroganza a pacchi e un rapporto con l’universo femminile decisamente da codice penale. Prendete Chet Baker: chi l’avrebbe mai detto che quel “duro” ti avrebbe steso con un gancio destro se gli girava male? O Bix Beiderbecke, che da ubriaco pare non fosse propriamente un gentiluomo con le ragazzine (un solo caso a dire il vero). Per non parlare di Caravaggio, che tra un capolavoro e l’altro passava il tempo a scappare dai poliziotti.
La domanda che mi frulla in testa, tra una nota e l’altra, è questa: l’arte può davvero permettersi di viaggiare senza bussola morale? Come dobbiamo sentirci davanti a una meraviglia assoluta, sapendo che l’autore non era esattamente uno stinco di santo? Di contro: dovremmo forse premiare una persona squisita, moralmente impeccabile, anche se ha il talento artistico di un comodino?
Non voglio fare il giudice — non ho la toga, né amo chi punta il dito, Dio me ne scampi — ma cerco di ragionare insieme a voi. Forse la soluzione è semplicemente mettere delle cornici: separare l’opera da chi l’ha prodotta, discriminando il lato artistico da quello umano. Resta il fatto che spesso nel genio abita una consapevolezza feroce di sé, che va a braccetto con una voglia matta di autodistruggersi, questo giustificherebbe le tragiche fini di alcuni di loro.
Insomma, ci sarebbe da discuterne fino all’alba. Ma intanto, stasera, mi godo un po’ di Miles. Senza necessariamente chiedergli i documenti in regola.


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