Bertie: «Andiamo, ragazzi, un po’ di contegno! Se c’è uno spartito davanti, la mia nota fa a pugni con la vostra. Se non ci diamo una regolata, più che un’orchestra sembriamo un gatto incastrato in un radiatore.»
Gli altri: «Ma guarda che tipo! È arrivato il Maestro. Tu, Bertie, devi sempre fare il fenomeno, quello diverso a tutti i costi. Non si è ancora capito a quale frequenza siderale corrisponda il tuo “Do”.»
Bertie: «Non è che voglio fare il bastian contrario per sport, è che il mio strumento è nato così: vive in un universo parallelo e va trasposto. Punto.»
Eh già, la vita è una faticaccia: ognuno con la sua tonalità, il suo timbro e il suo bagaglio di traumi da palcoscenico. Puoi decidere di essere il leader carismatico o l’onesto gregario; puoi strillare come un’aquila o sussurrare come un cospiratore. È tutta questione di carattere, e io, francamente, del protagonismo farei volentieri a meno.
Avrei dovuto innamorarmi di un contrabbasso: mi piazzavo in ultima fila, mimetizzato tra gli ottoni gravi, e vivevo felice. Invece no, eccomi qui, in prima linea come un solista, ma con l’anima del panchinaro. Stare davanti è un lavoro sporco: si suda, hai gli occhi della gente piantati addosso e ogni stecca risuona come un allarme antifurto. E io che, ingenuo, pensavo che suonare un tono sotto servisse a nascondere la mia timidezza.


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