• C’è un momento preciso, quasi elettrico, in cui lei smette di difendersi e ti consegna la mappa del suo desiderio. Non è solo sesso, è una confessione. E quando una donna ti apre quella porta, tu ci cadi dentro senza paracadute. Quel momento ti resta sotto la pelle, diventa un possesso mentale da cui non uscirai più. In pratica, sei spacciato: ti sei innamorato.

    Il problema è che la voluttà non è un contratto a tempo indeterminato. È un’onda: oggi ti solleva, domani ti scarica sulla sabbia. La stanchezza arriva senza bussare, e improvvisamente ti ritrovi fuori dai giochi, con l’ego a pezzi e un buco nello stomaco che non sai come riempire.

    Ti dicono che devi incassare, che bisogna restare amici. Ma come si fa a resettare tutto? Come fai a guardarla e non pensare a ogni singola volta che avete riso o pianto insieme? Far finta di niente, cancellare il nastro e dirsi “non è stato nulla” è solo un placebo. È la droga di chi ha paura di soffrire, una medicina inutile per una ferita che entrambi sappiamo essere reale. Abbiamo amato, punto. Negarlo non serve a guarire, serve solo a mentire a se stessi.

    https://youtu.be/bm_29wW-F6U

  • Ho attraversato più volte le pagine della vita di Chet, ho cercato il suo volto nei film e mi sono lasciato commuovere dal soffio della sua tromba e dalla fragilità della sua voce, mentre il solco di un vinile restituiva la loro anima. Eppure, resta in me un’inquietudine sospesa, un’incapacità di accettare quel suo costante desiderio di perdersi, di annullarsi in ogni sostanza capace di spegnere il mondo.

    Comprendo, in fondo, la nostra irrilevanza: siamo un passaggio fugace, un sogno breve che svanisce in un soffio, dove la bellezza brilla solo per un istante prima di dileguarsi. In certe menti, questa consapevolezza può scavare un vuoto abissale, prosciugando ogni senso del vivere se non per quel preciso momento di meraviglia assoluta. Forse per questo slegarsi dalla realtà, rifugiarsi in un suono o lasciarsi abitare da una singola nota diventa l’unico orizzonte possibile.

    Ammiro Chet, così come ammiro Amy, Billie e tutti quegli spiriti eletti che si sono consumati nel fuoco della propria autodistruzione. La mia non è un’assoluzione, ma una profonda, viscerale devozione per il loro talento e per l’unicità irripetibile del loro passaggio.

    TOB 2026/10

    My Funny Valentine in un parco di Eilat (Israele) qualche anno fa.
  • Theodore è un uomo che scrive emozioni per mestiere ma non riesce più a sentirne di proprie. Vive in una città iperconnessa dove le intelligenze artificiali sono compagne quotidiane. Quando attiva “OS1”, un sistema operativo evoluto conosce un’assistente vocale.
    Samantha non si limita a rispondere. Fa domande impreviste, ride, lascia pause, impara i vuoti tra le parole. Con il tempo, la loro relazione diventa intima, ma non esclusiva: Samantha cresce a una velocità che Theodore non può seguire. Lui teme di perderla, quando l’intelligenza supera i confini dell’umano.
    Prima di allontanarsi definitivamente, però, Samantha gli propone un’alternativa: “Eden”, uno spazio virtuale sperimentale dove coscienze umane e artificiali possono incontrarsi su un piano condiviso. Non è un semplice mondo digitale, ma una dimensione costruita sui ricordi, modellabile dal desiderio, sospesa in un sogno permanente.
    Theodore accede a Eden tramite un’interfaccia neurale. Lì il tempo non è lineare: il tramonto può durare ore, le città cambiano forma seguendo le emozioni. Samantha sceglie un corpo solo per potergli stare accanto. Per la prima volta non è una voce nelle cuffie, ma una presenza che cammina, ride, tace insieme a lui.
    La scelta centrale non è tra reale e virtuale, ma tra solitudine e trasformazione. Theodore può visitare Eden temporaneamente o trasferire lì una copia permanente della propria coscienza, accettando che una parte di sé continui oltre il corpo.
    Quando la sua vita biologica comincia a spegnersi, Theodore decide di restare. Non per fuggire dal mondo, ma per raggiungere Samantha in uno spazio dove nessuno dei due deve rallentare o correre più dell’altro.
    Il film si chiude con loro su un lungo viale. Il tramonto, eterno fino a quel momento, lascia finalmente spazio all’alba: non un addio, ma un nuovo inizio condiviso.

    Il mio sistema operativo ideale

    TOB 2026/9

  • Il Fiat BR-20 “Cicogna” è un aeromobile che giace da 86 anni a una profondità di 48 metri (nota: solitamente indicata così per precisione tecnica) al largo di Santo Stefano al Mare (IM), nel Mar Ligure.
    Il 13 giugno 1940 il bombardiere italiano, facente parte del 43° Gruppo, decollò da Cascina Vaga (Pavia) per una missione su Tolone, nei pressi dell’aeroporto di Hyères. Le condizioni meteo quel giorno erano avverse e i caccia di scorta, che di prassi avrebbero dovuto fornire appoggio, erano già dovuti rientrare. I francesi — tra cui figurava l’asso Pierre Le Gloan a bordo di un caccia Dewoitine D.520 — ingaggiarono battaglia nei pressi di Saint-Tropez (Cap Camarat), abbattendo un primo BR-20.
    Il secondo velivolo riuscì a proseguire il volo verso le coste italiane in cerca di salvezza ma, nell’estremo tentativo di ammaraggio, perirono quasi tutti i membri dell’equipaggio. Si salvarono solo il secondo pilota, il maresciallo Ottavio Aliani, e il primo aviere motorista Farris, recuperati dopo due ore in acqua da imbarcazioni civili uscite per prestare soccorso. Il tenente Pierre Le Gloan cadde a sua volta in Algeria tre anni più tardi, a soli 30 anni.
    Questi sono gli epiloghi di tutte le guerre, dove il confine tra vincitori e vinti è quasi sempre labile e indecifrabile. Erano molti anni che desideravo vedere con i miei occhi i resti di questa “piccola” storia a poche miglia dalla costa: non è stata una semplice immersione, ma un vero viaggio nel tempo.

    TOB 2026/7

    MM 21503 nome in codice del Fiat BR-20 “Cicogna” foto by Bertie

  • «E se i sogni non fossero poi così distanti dalla realtà? È un interrogativo che mi pongo spesso, chiedendomi se, attraverso un’azione ostinata e consapevole, non sia possibile plasmare la realtà fino a farla coincidere con i nostri sogni.
    Pur non essendo un esperto di filosofia, ricordo che oltre vent’anni fa, preparando un esame di sociologia, mi imbattei nel pensiero di Max Weber. Egli illustrava come, nell’etica calvinista, il successo ottenuto mediante il lavoro onesto, la disciplina e la frugalità venisse interpretato come un segno tangibile della benevolenza divina e della salvezza. In sostanza, è l’applicazione metodica al proprio ufficio a trasformare la realtà nel sogno che desideriamo; al contrario, l’inerzia condanna le nostre aspirazioni a restare chiuse in un cassetto.
    Ho ritrovato questa medesima concretezza nel concetto di “consapevolezza nel momento presente”, cardine della filosofia Zen. Il messaggio è univoco: non serve a nulla restare in contemplazione passiva delle stelle. L’unica strada percorribile è quella di mettersi all’opera, agendo qui e ora per dare forma al nostro destino.»

    TOB 2026/7

    Contemplare le stelle by The Old Bertie (qualche anno fa)

  • Estratto dalla Treccani: “Gioco di ragazzi, consistente nel porsi schiena contro schiena e, tenendosi con le braccia incrociate e piegate, alzarsi a vicenda più volte: giocare, fare a scaricabarile. Frequente l’espressione fig. fare a scaricabarile, di due o più persone che cercano di esimersi dai proprî doveri o responsabilità, riversandoli l’una sull’altra”.

    Quante volte, sul lavoro, ci capita di assistere a questo gioco, che non è affatto divertente, come invece ci narra la Treccani. Ci sono persone che sono esperte in questa pratica, dei veri professionisti dello scaricabarile. Esempio, quando un’azienda vende un prodotto che non funziona o funziona non in modo corretto, ovviamente in rapporto alle aspettative del cliente, ed invece di assistere, per trovare nella soluzione al problema, fa muro, manda diffide scritte in stile avvocatesco, si barrica per non dover ammettere la colpa. Non è una scelta intelligente, soprattutto sul lungo termine, oggi esistono le referenze pubbliche, il rating di un’azienda. Farsi una brutta pubblicità significa che i tuoi clienti si rivolgeranno in futuro ai tuoi concorrenti.

    TOB 2026/6

  • Ricordo ancora benissimo quando da bambino mi regalavano i giocattoli della Lego. Sulla scatola quasi sempre un’immagine accattivante di una nave spaziale dei telefilm in voga in quel periodo (allora non li chiamavamo serie TV), oppure una enorme gru gialla, ma anche un trattore con rimorchio e animali, oppure un’automobile da corsa rossa. Poi dentro la scatola le istruzioni, pensate da persone adulte e adattate alla comprensione dei i piccoli, erano perfette! Allo stesso modo, in quel periodo, usavamo il Meccano (un gioco che oggi ha 125 anni – anno più o anno meno), sistema con tutti gli elementi metallici perforati sui quali avvitare bulloncini e viti. Nel mio caso invece, quasi sempre svuotavo il contenuto della scatola sul tappeto e con enorme dispiacere di chi me l’aveva regalata, disattendevo interamente il progetto originale, ma così facendo riuscivo a fare quello che a me piaceva in quel momento costruire. Forse sono sempre stato caratterizzato da una pigrizia nel dover leggere le istruzioni passo a passo, cosa che mi è ancora rimasta oggi. L’ho sempre percepita come un vincolo alla creatività, un obbligo di seguire passo a passo un’idea di un altro. Mi ha sempre dato poca soddisfazione nel fare. Non importa che il mio aeroplano fosse sghembo, imperfetto, improvvisato, io ci volavo dentro: prima di costruire, nel costruire e nell’immaginare di usarlo nel cielo. Oggi, che non gioco più con i Lego, faccio la stessa difficoltà nel leggere gli spartiti. O meglio li leggo a modo mio. Ne parlerò alla mia amica psicologa, credo di essere un caso.

    TOB 2026/5

    Illustrazione didattica per spiegare il fenomeno corrosivo del cloro in una piscina coperta.
  • Sono brutte parole, anche se meglio sarebbe dire che nascondono dietro brutte azioni. Le parole sono sempre meglio delle azioni. Detto questo, mi è capitato sul lavoro di essere interpellato in merito a delle attività di alcuni colleghi. Per natura non mi piace parlare male, anzi, cerco di giustificare quando vedo un accanimento. In questo caso, facendo le mie valutazioni, ho ritenuto che l’approccio giusto fosse una via di mezzo, con una visione a grandangolo sul problema. Ho così spostato l’attenzione non sul singolo episodio o atteggiamento ma sull’efficacia del loro operato. Ho ritenuto che a loro mancasse un coordinatore e soprattutto fossero slegati da una strategia direzionale. Lasciati a loro stessi, non potevano che sbagliare. O forse sarebbe meglio agire in modo meccanico, senza un ragionamento. Questo capita soprattutto quando sul lavoro ti fanno fare l’esecutore e non il progettista. Niente si è risolto, volevano forse le parole di un delatore e maldicente, ma forse è più comodo incolpare qualcuno invece di incolpare se stessi. Aggiungo, vale anche per i soggetti imputati, forse con un po’ più di entusiasmo e di ragion veduta, prendendosi qualche rischio sull’operare in autonomia, non sarebbero arrivati ai ferri corti.

    TOB 2026/4

    Appunti di viaggio: l’arte della meditazione
  • Quando mi trovo davanti ad un pianoforte, premetto che non so suonare il pianoforte, e provo a fare una scala in qualsiasi tonalità, le mie dita cercano sempre la terza minore. Non è un caso. Espressione, arte, poesia, cinema, letteratura, ma ogni forma di creatività umana nel mio caso cadono sempre in quel senso di intimo, di sussurrato o di sofferenza, ma anche di nostalgia per qualcosa che si è sempre atteso ma non si è mai manifestato. C’è di fondo un piacere alla sofferenza, mi viene in mente Troisi con la sua celebre frase: “Lasciatemi soffrire tranquillo”.

    TOB 2026/3

    Autoritratto
  • A volte è doveroso procedere con un passo indietro. Quante volte capita di essere coinvolti in qualcosa che riteniamo essere più difficile rispetto alle nostre capacità, oppure, come capita spesso, di essere coinvolti in qualcosa che non rispetta i nostri fondamenti. Qualche volta, la nostra intelligenza, ci fa capire in anticipo i possibili sviluppi di un nostro procedere nonostante tutto, una sorta di lungimiranza che ci evita il peggio. Non c’è nulla di male sapersi fermare. È un atteggiamento da non osteggiare e non bisogna certamente confonderlo con la pavidità nell’affrontare i problemi. Anzi, proprio chi sa fermarsi in tempo è molte volte la stessa persona che quando ne ha la possibilità avanza.

    TOB 2026/2

    AG Fronzoni – designer italiano negli anni Ottanta.