Diciamoci la verità: ognuno di noi ha il suo bel condominio di scheletri nell’armadio. Complessi, paure irrisolte e blocchi emotivi che spuntano fuori nei momenti meno opportuni. È come se tra cuore e mente ci fosse un cortocircuito perenne: basta un vecchio trauma, un rifiuto o un fallimento passato e la nostra testa, convinta di proteggerci, tira il freno a mano. Risultato? Ti blocchi.

Succede sul palco, ma anche a cena con qualcuno che ci piace, perché purtroppo non siamo fatti a compartimenti stagni. È quella fastidiosa sensazione di essere inadeguati: mai abbastanza bravi, mai abbastanza belli, mai abbastanza pronti. Insomma, un disastro su tutta la linea.

Ne parlo perché ci sguazzo dentro da una vita. La consapevolezza è stata la mia salvezza, ma quanta fatica! Ricordo ancora il mio debutto da solista (Preludio n. 1 in do maggiore di J.S. Bach / Gounod in Chiesa – un classico): un mix di ansia da prestazione e paranoia tecnica. Ho passato ore a ripassare (stancandomi e basta), a controllare lo strumento e a scarabocchiare note sullo spartito che, ovviamente, non avrei mai letto. Poi, l’imprevisto dell’ultimo secondo che ti scombina l’ingresso, il prete decide di cambiare la scaletta. Risultato? Avevo il labbro sudato (giuro, non so come altro definirlo) e il fiato corto di chi sta scalando l’Everest stando fermo.

Qualcuno mi dirà: “Senti Bertie, forse non è il tuo mestiere, datti all’ippica”. E avrebbe anche ragione! Ma la sfida è proprio lì. Mettersi alla prova serve a crescere, anche se quella vocina interiore continua a sussurrarti che non sei all’altezza.

Ad un certo punto, per sfinimento, mi sono rifugiato nell’ultima fila dell’orchestra: un bell’ottone grave (un Euphonium), a fare il basso, ben nascosto dietro a tutti. Meno riflettori, meno sbattimenti. Comodo, certo, ma ammettiamolo: era una ritirata, un modo per darmi vinto.

Adesso è da un po’ che non calco le scene per vari motivi, ma so già che al prossimo giro il cuore tornerà a fare i capricci. Non sarà il panico della prima volta, certo, ma il brividino è garantito. Quindi, eccomi qui a esercitarmi davanti al nulla: suono fissando il vuoto come se avessi davanti una platea, imparo i pezzi a memoria a occhi chiusi e cerco di convincere il mio cervello che stiamo facendo qualcosa di bello e rilassante per tutti, io e il mio pubblico immaginario. Insomma, sto cercando di non darla vinta a quella voglia di nascondermi in ultima fila.

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