Certi eventi passano sullo schermo come il rumore di fondo di una lavatrice: li percepisci, ma non li guardi davvero. È il destino delle Paraolimpiadi invernali, l’appendice “minore” del grande circo di Milano-Cortina. Eppure, a osservare quegli atleti, scatta un cortocircuito. C’è chi, con una spruzzata di pietismo, le liquida come un “evento sociale”, una sorta di carezza collettiva alla sfortuna. Niente di più falso.
Se prendessimo un cosiddetto “normodotato” – termine che ha lo stesso sapore del cibo d’ospedale – e lo mettessimo su un paio di sci da fondo senza l’uso delle gambe, l’unico risultato che otterrebbe sarebbe una figura barbina e un bel po’ di acido lattico. Ricordo ancora quando, in una gara “open”, mi ritrovai a battagliare all’ultimo centesimo con atleti della federazione paralimpica. Io, dilettante nel fisico e nello spirito; loro, professionisti del limite. Non c’era retorica sui pedali, solo il rumore del vento in faccia e il desiderio di stare davanti.
Il punto, però, non è la medaglia, ma lo sguardo. Sentirsi diversi – per una disabilità, per un vissuto o per inclinazione – ti trasforma in un alieno. Ti senti come il Trabucco-Omicron di Gregoretti: un osservatore esterno che guarda il mondo da una prospettiva sfasata. È una condizione che isola, perché i “normali” spesso ce la mettono tutta, anche involontariamente, per non essere inclusivi. Ma è proprio lì, in quel senso di difetto, che nasce una spinta che chi vive nel privilegio dello status quo non conoscerà mai. È la stessa logica delle classi sociali: chi parte dal basso ha una fame che il figlio del re spesso dimentica di avere.
Alla fine, però, la vera saggezza non sta nel battere l’alieno o il privilegiato. La competizione con gli altri è un gioco “a perdere” che serve solo a nutrire l’ego o il rancore. La vera sfida è quella che portiamo avanti ogni mattina davanti allo specchio, senza pietà e senza sconti. Perché l’unico vero traguardo è superare non chi ci sta accanto, ma l’idea che gli altri hanno di noi.

Ultimo chilometro
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6 risposte a “Diversità.”

  1. Avatar cate b

    “l’unico traguardo è […] superare l’idea che gli altri hanno di noi. Pensavo, Bertie, non trovi sia anche questo una forma di “nutrimento d’ego” ?

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    1. Avatar The Old Bertie

      Lo è. Tuttavia, non è forse necessaria una forma di approvazione da parte degli altri quando tu hai / o ti senti dei limiti? Quello che scrivi è molto giusto, ma bisogna superare ogni dubbio soprattutto con se stessi. E ci va tanta consapevolezza

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      1. Avatar cate b

        Beh, in effetti, si deve avere un ego spropositato (fortunato chi ne è provvisto) o essere dei solitari fermamente convinti per non cercare almeno l’ombra di una approvazione da qualsiasi individuo giunga.

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      2. Avatar The Old Bertie

        Eh si! Un esempio… I nostri post. Trovare chi apprezza leggerli è una gratificazione, soprattutto per il fatto che si ha l’impressione che i nostri pensieri non siano solo “nostri” ma vengano condivisi. Una piccola conferma che non si è soli.

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      3. Avatar cate b

        Esempio che calza come un guanto.
        Buona giornata, Bertie

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      4. Avatar The Old Bertie

        Buona giornata a te!

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