Sia messo agli atti: chi scrive pratica l’ascesi mediatica. In un mondo che urla, io mi rifugio tra i corridoi ovattati di Rai Storia, le partiture egregiamente suonate di Rai 5 e le rassegne stampa di Radio Radicale. Una scelta snob? Certamente. Ma d’altronde, quando il panorama circostante oscilla tra il trash e il grottesco, l’auto-isolamento non è un vizio, è legittima difesa.
Eppure, anche filtrando la realtà attraverso il sestante dell’alta cultura, le notizie filtrano. E quello che vedo è un’eclissi totale di quella dote che un tempo chiamavamo, con estrema semplicità, buonsenso.
Prendete il nuovo “Dio Precolombiano” di Mar-a-Lago. Mister Donald, l’uomo più potente del globo, si lascia venerare da adepti in estasi mistica come fosse una divinità Maya rediviva. Più che politica, sembra un remake di Apocalypto girato in un golf club, dove il rito sostituisce il ragionamento. Sconcertante? Sì. Sorprendente? Ormai, purtroppo, no.
Il buonsenso latita anche nelle cronache nere, dove l’amore – o presunto tale – si trasforma in una tragedia greca di quartiere. Uomini che, incapaci di gestire un “addio”, preferiscono l’autodistruzione atomica, radendo al suolo vite e famiglie. I mitologi ci parlerebbero di Crono o Medea; io ci vedo solo un’emulazione compulsiva alimentata da una società che si nutre dei propri scarti.
E che dire della “famiglia nel bosco”? Il dibattito è già diventato un match tra ultras: da una parte i “neo-Amish” della domenica, dall’altra i paladini del progresso a tutti i costi. Chi ha ragione? Probabilmente nessuno. Al padre e alla madre di questa tribù agreste vorrei suggerire un concetto rivoluzionario: la scuola. Non per il programma ministeriale, lasciamo perdere, ma solo per la socializzazione.
Ricordo ancora il servizio militare: la “naja”, un disagio collettivo che però aveva il pregio di mescolare le carte. Mettere insieme chi non era mai uscito dal proprio orto con il resto del mondo creava una solidarietà ruvida, un “mal comune mezzo gaudio” che oggi sembra preistoria.
Sia chiaro: non sono un fanatico della modernità. Il Sapiens se l’è cavata egregiamente per 300.000 anni senza smartphone, amando e creando arte (e facendosi la guerra, pratica che non abbiamo mai smesso di coltivare con entusiasmo). Il progresso non è sempre un successo. Quello che manca, in questo circo di estremismi, è la capacità di riflettere.
Vorrei un mondo più misurato, meno urlato. Ma temo che la mia richiesta di buonsenso rimarrà inascoltata, sepolta sotto il prossimo post virale.


Lascia un commento