Nel perimetro di un’aula di tribunale, il confine tra giustizia ed errore è spesso sottile come una lastra di ghiaccio su uno specchio d’acqua. Immaginiamo lo scenario: un reato grave, un “super testimone” dal passato torbido – magari un collaboratore di giustizia in cerca di sconti di pena – e una parola contro l’altra. Da una parte l’accusa, dall’altra un imputato che grida la propria innocenza. In questo spazio grigio, tra prove raccolte con approssimazione e interpretazioni giudiziarie fallaci, nasce la verità processuale: un simulacro che, troppo spesso, diverge drammaticamente dalla verità reale.
È qui che si consuma l’errore giudiziario, alimentato con cinismo da quel “processo mediatico” che non cerca la giustizia, ma il colpevole perfetto per vendere una copia in più. Una gogna che non risparmia nessuno e che spesso affonda le radici nei pregiudizi più beceri: dal colore della pelle alle fedi religiose. La storia ne è tragicamente piena, dall’antisemitismo che scatenò l’Affaire Dreyfus nella Francia di fine Ottocento, fino ai troppi casi della nostra cronaca odierna.
Il simbolo italiano di questo cortocircuito resta il caso Tortora. Un uomo distrutto da accuse di associazione camorristica basate sul nulla, o meglio, sulle deliranti vendette di pregiudicati e schizofrenici paranoici per futili motivi. Una vita spezzata da una menzogna costruita a tavolino, consacrata da una magistratura che non seppe, o non volle, vedere oltre.
Oggi, a pochi giorni dal Referendum, ci troviamo davanti a un bivio. Tuttavia, il dibattito sembra aver preso una deriva pericolosa: la riforma della giustizia è diventata terreno di scontro politico, una bandierina da piantare tra governo e opposizione, allontanandosi dai problemi reali della “malagiustizia”.
Da garantista convinto, credo che il principio di civiltà sia uno e inamovibile: “meglio cento colpevoli in libertà che un innocente in carcere”. Il garantismo non è un’ideologia di parte, ma un valore costituzionale alto e trasversale, che deve appartenere a tutti, indipendentemente dal colore politico. La riforma di cui abbiamo bisogno non dovrebbe essere una prova di forza tra schieramenti, ma un atto di fedeltà a quella Costituzione che è, e deve rimanere, il paracadute di ogni cittadino contro l’arbitrio del potere.


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