Rieccoci qui, proseguiamo il trip iniziato ieri su creatività, talento e morale. Ieri abbiamo stabilito che arte e moralità viaggiano su binari diversi: non sono come l’offerta 2×1 dei fustini di detersivo che Franco Cerri (sì, il tizio che faceva il bagno nel Dash negli anni ’80 – un talento della chitarra per chi non lo conoscesse) cercava di rifilarci in TV.
Oggi però vorrei parlarvi di talento e, soprattutto, di Interplay. Lo so, odio gli anglicismi quanto voi, ma a volte l’italiano non ha quella parola “passe-partout” (un francesismo) che ti salva la vita. Cosa significa? Semplice: ascoltare. Ma ascoltare davvero, non solo aspettare il proprio turno per parlare. Significa sapersi inserire nel discorso degli altri con un senso.
Paolo Fresu ieri sera ha tirato fuori una perla: Miles Davis non dava le spalle al pubblico perché era un maleducato cronico, ma perché aveva bisogno di guardare (e ascoltare) i suoi musicisti. Punto. Perché, parliamoci chiaro: come pensi di fare jazz se non ascolti chi suona con te?
Estendiamo il concetto alla vita reale: come pensi di interagire con gli esseri umani se sei in modalità “monologo perpetuo”? Io ho un’allergia istantanea per chi scrive o parla a raffica senza fare un secondo di pausa per sentire cosa dice l’altro (anche se l’altro magari è “stonato” o fuori tempo).
Se non lasci spazio, non stai creando nulla: stai solo facendo un comizio allo specchio, in stile… (beh lasciamo perdere). Senza gli altri non c’è dialogo, non c’è team e non si va da nessuna parte.
In conclusione: restiamo umani. Siamo animali sociali e dall’interplay non puoi che trarne benefici.


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